Benessere del cavallo, spesso le buone intenzioni non bastano
In questo periodo gli ascolti televisivi sono dominati dal remake di Sandokan, ambientato nelle colonie inglesi del sud-est asiatico, a metà del 1800.
Vedere come Marianna tratta la domestica indigena mi ha fatto venire in mente l’approccio di molte persone col cavallo.
Marianna esprime sentimenti di affetto per la serva che considera davvero come una sorella. In realtà si riferisce a una domestica, rapita da bambina per stare al suo servizio, con desideri ed esigenze che non coincidono con i suoi. Eppure Marianna è convinta che ciò che la rende felice debba piacere anche a lei, e non comprende la sua reazione irriconoscente. Non si rende conto che la domestica ha abbandonato la propria famiglia e crede sia felice a stare al suo servizio lontano da loro, godendo i riflessi della vita agiata degli inglesi, accontentandosi di accompagnare i successi della Lady.
In qualche modo avviene lo stesso con le persone quando prendono un cavallo senza conoscerne le caratteristiche: lo considerano un essere inferiore, un semplice animale che che ha avuto la fortuna di incontrare chi è in grado di offrirgli un’esistenza protetta. Un dono che l’umano ritiene sufficiente per ottenere eterna riconoscenza e garantirgli benessere. Spesso lo scelgono in base alla bellezza, al colore, al valore della genealogia e non sulla base delle caratteristiche equine e dell’attitudine del cavaliere, trovandosi ad affrontare problemi di cui si incolpa il cavallo, invece di una sella sbagliata, di una disciplina non adatta o di un approccio incoerente.
Molti pensano che il box sia, per un cavallo, un luogo sicuro da freddo e infortuni, una perfetta bolla protettiva, ma il cavallo non è un’automobile da parcheggiare in un garage per tutelarlo da furti e ammaccature.
Nei maneggi non vengono spiegate le peculiarità del cavallo, come il fatto che in natura sia una preda e, per tale ragione, abbia una naturale claustrofobia per gli spazi stretti. Il box è una “prigione” che impedisce all’animale i contatti sociali con la sua specie: la noia porta comportamenti anomali e “tic” a cui si cerca di reagire con ulteriore coercizione. Per quanto riguarda gli incidenti, le statistiche dicono che proprio il box è occasione di maggiori infortuni rispetto a chi ha la possibilità di pascolare in paddock.
Ci sono cavalieri e amazzoni che si tatuano il nome del proprio cavallo sul braccio per mostrare la profondità dell’affetto percepito ma pronti a dargli dell’idiota quando, entrando nelle scuderie in una giornata di sole estivo, mostra difficoltà: «Sei proprio un cretino!» gli dicono con secca amabilità «non ci vedi?» confermando la superiorità umana nei confronti di questi poveri bambini stupidi. Danno per scontato che il cavallo veda e percepisca l’ambiente come noi, ma non è così.
Il suo occhio è diverso dal nostro e il loro adattamento pupillare è più lento, comportando una visione sfocata quando passano da una zona illuminata a una ombreggiata (e viceversa). Questo, oltre alla claustrofobia, spiega la loro esitazione o la paura istintiva per l’ingresso in luoghi bui come un rimorchio. Serve tempo e pazienza per permettere alla loro pupilla di adattarsi al cambio di illuminazione, anche molti minuti. Eppure, vengono tacciati di stupidità o cattiveria se non salgono subito in van, trasformando quel momento in una situazione che l’animale percepisce, ogni volta, con crescente paura.
Il cavallo è un animale empatico, che percepisce il nostro stato d’animo, il cambiamento dell’energia o del pulsare del cuore a cui si adegua. L’umano, invece, tende all’egocentrismo, convinto della superiorità della sua razza, decretando di essere generoso secondo modalità unilaterali che l’altro deve accettare con riconoscenza.
Se mi reco in un paese diverso, è essenziale informarsi sugli usi locali poiché lo stesso gesto può avere significati opposti e conseguenze imbarazzanti o addirittura pericolose, come le nazioni in cui la guida è a sinistra, per fare un esempio.
Perché con un cavallo non ci si sforza di conoscere linguaggio ed esigenze?
Non basta avere buone intenzioni, come Marianna nei confronti della domestica, per dar vita a una relazione profonda da entrambe le parti, ma occorre impegnarsi per conoscere l’altro. Se voglio fare un regalo apprezzato, devo cercare qualcosa che piaccia all’altro e non a me.
Sembrano affermazioni ovvie, eppure nella vita non sempre sono applicate.
Purtroppo, nemmeno all’interno di molti maneggi.
























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